China monkey

Mario Amura
Chongqing, Cina – 2011

Nella frenesia di una strada di Chongqing, un uomo siede accovacciato sul marciapiede, accanto a una piccola scimmia legata a una catena. Davanti a loro, una ciotola di metallo attende qualche moneta. Intorno, la città scorre indifferente: i passanti attraversano l’inquadratura come ombre, presenze fugaci che il movimento rende quasi irriconoscibili. Soltanto l’uomo e l’animale sembrano sottratti a quel flusso.
In Le due scimmie di Bruegel, Wisława Szymborska immagina di sostenere un esame sulla storia dell’umanità davanti a due scimmie incatenate. Una di loro, attraverso il quieto tintinnio della propria catena, suggerisce alla poetessa la risposta che non riesce a trovare.
Nella fotografia di Amura, quella domanda sembra riaffiorare sotto un’altra forma. La catena che trattiene la scimmia diventa il segno visibile di una prigionia che riguarda anche l’uomo, immobilizzato ai margini di una città lanciata verso la ricchezza e il progresso. Sullo sfondo, le luci rosse delle insegne e le immagini dei grattacieli celebrano una prosperità dalla quale i due protagonisti sembrano esclusi.
È proprio nell’apparente indifferenza della folla che l’immagine trova la sua tensione più profonda. Chi attraversa la scena è libero di muoversi, ma forse non di vedere. Chi rimane immobile, invece, costringe lo sguardo a fermarsi.
Come nella poesia di Szymborska, la catena smette così di appartenere soltanto all’animale e diventa una domanda silenziosa sulla condizione umana: chi è davvero prigioniero, e chi può dirsi libero?